INSIDIE STRADALI                                                                 Quali sono -oggi- i diritti del pedone che subisce lesioni a seguito di una caduta dovuta alla presenza di buche o dislivelli presenti sulle aree pedonali

Alla luce delle più recenti pronunce della Corte di Cassazione, si ritiene che l’ente proprietario di una strada aperta al pubblico transito, si presume, ai sensi dell’articolo 2051, c.c. [1] responsabile dei sinistri riconducibili alle situazioni di pericolo connesse in modo immanente alla struttura o alle pertinenze della strada stessa, indipendentemente dalla sua estensione, salvo che dia la prova che l’evento dannoso era imprevedibile e non tempestivamente evitabile o segnalabile (Cass., 12 aprile 2013, n. 8935; Cass., 18 ottobre 2001, n. 21508).

Oggi si è orientati a ritenere che "la responsabilità dell’ente proprietario della strada prescinde dalla maggiore o minore estensione della rete e deve invece esser accertata o esclusa in concreto in relazione alle caratteristiche della stessa, alle condizioni in cui solitamente si trova, alle segnalazioni di attenzione, e all’affidamento che su di esse fanno gli utenti, tra cui gli interventi di manutenzione, secondo criteri di normalità".

In base  a questi principi l'ente proprietario ha l'onere di dimostrare di avere assolto con diligenza "gli oneri di organizzazione dell’attività di sorveglianza per garantire la sicurezza dell’uso della strada";  allo stesso tempo il danneggiato è onerato di dimostrare di aver prestato la necessaria attenzione nell'uso della strada.

In tal senso la Sentenza n. 24793 del 5.11.2013      della Corte Di cassazione, Sez. III Civile, secondo cui : “…Pertanto spetta all’ente proprietario provare di aver assolto, con efficace diligenza, gli oneri di organizzazione dell’attività di sorveglianza per garantire la sicurezza dell’uso della strada, comprese le opportune indicazioni di attenzione nel caso di dislivelli accentuati della pavimentazione, e dell’attività di manutenzione della stessa onde eliminare le anomalie più pericolose e prevedibili in ragione del materiale di rivestimento, quale il basolato, per sua natura non regolare e stabile, potenziando di conseguenza diligentemente anche l’illuminazione notturna e la pulizia della strada onde consentirne la visibilità.

Al contempo è onere della danneggiata provare che, soprattutto se a conoscenza dello stato dei luoghi, ha prestato la dovuta attenzione nell’uso della strada, nelle particolari condizioni di tempo – ora notturna – in cui è accaduto l’infortunio, avuto riguardo anche al tipo di calzatura quella sera indossato, in applicazione del principio secondo cui la cosa intrinsecamente pericolosa assume tanto minore efficienza causale dell’evento quanto più il possibile pericolo è suscettibile di essere previsto e superato attraverso l’adozione delle normali cautele da parte dello stesso danneggiato (Cass. 19 febbraio 2008, n. 4279, 14 febbraio 2013 n. 3662). Infatti è da riaffermare che i danni da caduta sono originati da incidenti a prevenzione bilaterale in cui sia danneggianti che vittime devono adottare opportune misure preventive idonee a diminuire i rischi di incidenti (c.d. comparative negligence)”.

Nella sentenza  si fa presente che ormai  sia stato superato quell'orientamento giurisprudenziale che si era formato dopo la nota sentenza numero 156 del 1999 della corte costituzionale relativa  ai limiti di operatività della colpa per cose in custodia ex articolo 2051 c.c.

L'attore che agisce per il riconoscimento del danno ha, quindi, l'onere di provare l'esistenza del rapporto eziologico (rapporto eziologico=motivo per cui alcuni eventi o processi si verificano) tra la cosa e l'evento lesivo, mentre il custode convenuto, per liberarsi dalla sua responsabilità, deve provare l'esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere quel nesso causale: la norma dell'art. 2051 cod. civ., che stabilisce il principio della responsabilità per le cose in custodia, non dispensa il danneggiato dall'onere di provare il nesso causale tra queste ultime e il danno, ossia di dimostrare che l'evento si è prodotto come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, posseduta dalla cosa.

Chiamata a pronunciarsi in una vicenda riguardante un sinistro stradale, occorso ad un pedone, il quale scivolando su un cubetto instabile della pavimentazione della strada, non visibile e non segnalato, riportava lesioni personali alla caviglia sinistra, la Cassazione (sentenza n. 22528 del 23 ottobre 2014) ha colto l’occasione per richiamare la Corte d’Appello di Napoli, per l’errato “ragionamento giuridico compiuto”, sulla base di una “giurisprudenza ormai superata basata sui caratteri dell’insidia e del trabocchetto”.



[1]Corte di Cassazione- sezione III civile - sentenza n. 21684 del 9 novembre 2005

 Ai fini della responsabilità per danni cagionati da cose incustodia, non occorre dimostrare il carattere

insidioso della res da cui deriva il pregiudizio.

La sussunzione di un fattispecie nell’alveo della normaspeciale sulla responsabilità per danni cagionati dacose incustodia esclude l’applicabilità della norma generale intema di responsabilità per fatto illecito”

La responsabilità per i danni da cosa in custodia, di cui all’art. 2051 c.c., si fonda, infatti, sulla presunzione di colpa di colui che ha un dovere giuridico di custodia sull’oggetto che ha prodotto il danno.

Ne consegue che sul danneggiato grava, a differenza che nell’ipotesi di azione ex art. 2043 c.c., il solo onere di provare l’effettiva verificazione del fatto lesivo. 

Mentre spetta al custode, per liberarsi dalla presunzione ex lege, dimostrare il “caso fortuito”, ossia l’esistenza di un fattore, estraneo alla sfera oggettiva che sia stato idoneo ad interrompere il nesso causale tra la cosa in custodia ed il danno, e che può identificarsi anche nel fatto di un terzo o nella colpa del danneggiato.