Cass. civ., sez. III, 22 luglio 2010, n. 17216, pres. Varrone, rel. Urban - "DISARCIONATO DAL CAVALLO: NON SI PUÒ ASSOLVERE IL TITOLARE DEL MANEGGIO PERCHÉ IL CLIENTE «ACCETTA IL RISCHIO»"

Osserva la Corte che tanto in primo che in secondo grado, l’attività svolta presso il maneggio era da qualificare come “pericolosa” ai sensi dell’art. 2050 c.c., conformemente a quanto ritenuto dalla giurisprudenza di legittimità, che ha precisato che tale disciplina è da applicare quando si verta in tema di danni conseguenti a esercitazioni di un principiante o di allievi giovanissimi (il C., all’epoca omissis, era un principiante, frequentava il maneggio da circa due mesi e aveva preso una decina di lezioni) quindi non in grado di governare le imprevedibili reazioni dell’animale (in tal senso: Cass. 19 giugno 2008 n. 16637; Cass. 9 marzo 2010 n. 5664). Sul punto, la valutazione dei giudici del merito appare adeguata e corretta e si sottrae ad ogni censura sul piano del presente giudizio di legittimità.

È quindi applicabile la presunzione prevista dalla norma di cui all’art. 2050 c.c., che prevede l’obbligo per il gestore della attività pericolosa di risarcire il danno a meno che non provi di aver adottato tutte le misure idonee a evitare il danno. La valutazione della Corte territoriale, secondo la quale “esiste un margine di rischio, ineliminabile, che chi frequenta un maneggio, accetta preventivamente”, non può trovare spazio nella disciplina in esame, dovendosi unicamente verificare se il titolare della attività pericolosa abbia in concreto fornito la prova liberatoria prevista dall’ultima parte dell’art. 2050 c.c.