IL DANNO MORALE - con particolare riferimento alle lesioni micropermanenti

Art. 138.
(Danno biologico per lesioni di non lieve entità)

1. Con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della salute, di concerto con il Ministro delle attività produttive, con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali e con il Ministro della giustizia, si provvede alla predisposizione di una specifica tabella unica su tutto il territorio della Repubblica:
a) delle menomazioni alla integrità psicofisica comprese tra dieci e cento punti;
b) del valore pecuniario da attribuire ad ogni singolo punto di invalidità comprensiva dei coefficienti di variazione corrispondenti all'età del soggetto leso.
2. La tabella unica nazionale è redatta secondo i seguenti principi e criteri:
a) agli effetti della tabella per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito;
b) la tabella dei valori economici si fonda sul sistema a punto variabile in funzione dell’età e del grado di invalidità;
c) il valore economico del punto è funzione crescente della percentuale di invalidità e l’incidenza della menomazione sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato cresce in modo più che proporzionale rispetto all’aumento percentuale assegnato ai postumi;
d) il valore economico del punto è funzione decrescente dell’età del soggetto, sulla base delle tavole di mortalità elaborate dall’ISTAT, al tasso di rivalutazione pari all’interesse legale;
e) il danno biologico temporaneo inferiore al cento per cento è determinato in misura corrispondente alla percentuale di inabilità riconosciuta per ciascun giorno.
3. Qualora la menomazione accertata incida in maniera rilevante su specifici aspetti dinamico-relazionali personali, l’ammontare del danno determinato ai sensi della tabella unica nazionale può essere aumentato dal giudice sino al trenta per cento, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato.
4. Gli importi stabiliti nella tabella unica nazionale sono aggiornati annualmente, con decreto del Ministro delle attività produttive, in misura corrispondente alla variazione dell'indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati accertata dall'ISTAT.

Art. 139.
(Danno biologico per lesioni di lieve entità)

1. Il risarcimento del danno biologico per lesioni di lieve entità, derivanti da sinistri conseguenti alla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, è effettuato secondo i criteri e le misure seguenti:
a) a titolo di danno biologico permanente, è liquidato per i postumi da lesioni pari o inferiori al nove per cento un importo crescente in misura più che proporzionale in relazione ad ogni punto percentuale di invalidità; tale importo è calcolato in base all'applicazione a ciascun punto percentuale di invalidità del relativo coefficiente secondo la correlazione esposta nel comma 6. L'importo così determinato si riduce con il crescere dell'età del soggetto in ragione dello zero virgola cinque per cento per ogni anno di età a partire dall'undicesimo anno di età. Il valore del primo punto è pari ad euro seicentosettantaquattro virgola settantotto; (1)
b) a titolo di danno biologico temporaneo, è liquidato un importo di euro trentanove virgola trentasette (1) per ogni giorno di inabilità assoluta; in caso di inabilità temporanea inferiore al cento per cento, la liquidazione avviene in misura corrispondente alla percentuale di inabilità riconosciuta per ciascun giorno.
2. Agli effetti di cui al comma 1 per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito.
3. L'ammontare del danno biologico liquidato ai sensi del comma 1 può essere aumentato dal giudice in misura non superiore ad un quinto, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato.
4. Con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della salute, di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, con il Ministro della giustizia e con il Ministro delle attività produttive, si provvede alla predisposizione di una specifica tabella delle menomazioni alla integrità psicofisica comprese tra uno e nove punti di invalidità.
5. Gli importi indicati nel comma 1 sono aggiornati annualmente con decreto del Ministro delle attività produttive, in misura corrispondente alla variazione dell'indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati accertata dall'ISTAT.
6. Ai fini del calcolo dell’importo di cui al comma 1, lettera a), per un punto percentuale di invalidità pari a 1 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,0, per un punto percentuale di invalidità pari a 2 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,1, per un punto percentuale di invalidità pari a 3 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,2, per un punto percentuale di invalidità pari a 4 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,3, per un punto percentuale di invalidità pari a 5 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,5, per un punto percentuale di invalidità pari a 6 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,7, per un punto percentuale di invalidità pari a 7 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 1,9, per un punto percentuale di invalidità pari a 8 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 2,1, per un punto percentuale di invalidità pari a 9 si applica un coefficiente moltiplicatore pari a 2,3.

(1) A norma dell’art. 1 del D.M. 27 maggio 2010 (G.U. n. 137 del 15 giugno 2010), a decorrere dal mese di aprile 2010, gli importi indicati rispettivamente alle lettere a) e b) di questo comma, sono aggiornati, da ultimo, nelle seguenti misure:
"settecentotrentanove euro e ottantuno centesimi per quanto riguarda l'importo relativo al valore del primo punto di invalidita', di cui alla lettera a);
quarantatre euro e sedici centesimi per quanto riguarda l'importo relativo ad ogni giorno di inabilita' assoluta, di cui alla lettera b)".
I medesimi importi erano già stati aggiornati in precedenza dai DD.MM. 31 maggio 2006, 12 aprile 2007, 24 giugno 2008 e 19 giugno 2009.

 

Seguono per esteso alcuni provvedimenti giurisprudenziali rilevanti:

-         Trib. Piacenza, 11 ottobre 2010, n. 645 - “IL LIMITE POSTO DALL’ART. 139, CO 3, C.D.A. NON PUÓ APPLICARSI AL DANNO NON PATRIMONIALE INTESO OMNICOMPRENSIVAMENTE”

-         Cass. civ., sez. III, 17 settembre 2010, n. 19816, pres. Finocchiaro, rel. Lanzillo

-         Giudice di Pace di Torino Sezione V Civile Ordinanza 30 novembre 2009 (dott. Alberto Polotti di Zumaglia)

-         Trib. Varese, sez. I, 8 aprile 2010, est. Sala - "LIQUIDAZIONE DEL DANNO MORALE NELLE CD. MICROPERMANENTI"

 

Trib. Piacenza, 11 ottobre 2010, n. 645 - “IL LIMITE POSTO DALL’ART. 139, CO 3, C.D.A. NON PUÓ APPLICARSI AL DANNO NON PATRIMONIALE INTESO OMNICOMPRENSIVAMENTE”

Tribunale di Piacenza; sentenza 11/10/2010, n. 645/2010; RL e PAA e GAN
Assicurazioni s.p.a. e La Vittoria Assicurazioni
s.p.a.  

 

FATTO

Oggetto della presente controversia, che giunge a decisione a seguito della riunione di due distinte cause, è l'accertamento della dinamica del sinistro stradale intercorso tra il R. ed il P., tenuto conto che entrambi addebitano a controparte la colpa esclusiva o quantomeno prevalente nella causazione del sinistro stesso; e la conseguente statuizione sul risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali dedotti da entrambi i conducenti.

La controversia è istruita con una CTU dinamica affidata al P.I. F. ed una CTU medico-legale affidata al dott. M..

 

DIRITTO

a) La dinamica del sinistro è stata perfettamente chiarita dalla CTU F., svolta con motivazione convincente e pienamente condivisibile, che ha adeguatamente replicato a tutti i rilievi delle parti, dalla quale il Giudicante non ha motivo di discostarsi in quanto frutto di un iter logico ineccepibile e privo di vizi, condotto in modo accurato ed in continua aderenza ai documenti agli atti ed allo stato di fatto analizzato.

Emerge infatti dalla perizia che l'addebito principale in ordine alla causazione del sinistro va certamente mosso in capo al P., che ha omesso di concedere la dovuta precedenza all'autovettura del R., allorquando si è immesso nella strada principale provenendo da una strada laterale (cfr. in particolare pagina 30 perizia).

Tuttavia, un addebito di colpa, sia pure minoritaria rispetto a quella del P., deve essere mosso anche al R.. Infatti, come ha convincentemente spiegato il perito, tenuto conto che la velocità dell'auto del R. era di 75 chilometri orari al momento dello scontro e che l'auto del P. era perfettamente avvistabile da una distanza di sessanta metri dal punto d'urto, delle due l'una: o il R. viaggiava alla velocità di 75 chilometri orari, e cioè ad velocità che consente l'arresto in meno di sessanta metri, ma la condotta di guida era talmente distratta e disattenta al punto da non accorgersi dell'immissione sulla strada principale da parte del P. e da non iniziare nemmeno una manovra di frenata; o la velocità del R. era nettamente superiore a quella consentita di novanta chilometri orari, e la velocità d'urto di 75 chilometri orari è quella risultante a seguito di una frenata d'emergenza (pag. 28-30 perizia).

In entrambi i casi, stimasi equo indicare un concorso di colpa dello stesso R. nella misura del 30%, a fronte del concorso del 70% addebitabile al P.. Né tali conclusioni possono essere superate in ragione del fatto che la sanzione amministrativa irrogata al R. è stata annullata dal Giudice di Pace, atteso che tale giudizio impugnatorio non può vincolare l'accertamento del Giudice civile, il solo svolto in contraddittorio tra tutte le parti.

b) Venendo alla quantificazione dei danni subiti dal R., occorre distinguere le singole poste rivendicate.

In particolare, con riferimento al danno non patrimoniale da lesione biologica, il CTU M., con motivazione pienamente condivisibile e nemmeno contestata dalle parti, dalla quale non vi è motivo di discostarsi, ha spiegato che le lesioni subite consistono nel 4% di danno biologico permanente, in 15 giorni di ITP al 75%, in 20 giorni di ITP al 50% ed in altri 20 giorni di ITP al 25%.

Trattandosi di lesioni micropermanenti, s'applica l'articolo 139 del D.Lgs. n. 209/2005, aggiornato con i parametri di cui al D.M. 27/5/2010.

Pertanto, tenuto conto di un'età di 46 anni al momento dei fatti e di un risarcimento di euro 43,16 per un giorno di ITT, il danno complessivamente sofferto è di euro 3.154,55 per lesione biologica del 4%, euro 485,55 per 15 giorni di ITP al 75%, euro 431,6 per 20 giorni di ITP al 50%, euro 215,8 per 20 giorni di ITP al 25%, per un totale di euro 4.287,5.

b1) Quanto al richiesto danno morale, è ben vero che esso, secondo l'insegnamento di Cass. Sez. Un. n. 26972-5/2008, cui questo Giudice ritiene di dovere prestare adesione in ragione dell'autorevolezza del precedente e per il rispetto della funzione di nomofilachia della Suprema Corte, non rappresenta un'autonoma categoria di danno, ma semplicemente descrive un aspetto del danno non patrimoniale; e che pertanto non può essere liquidato automaticamente e necessariamente in ogni ipotesi di lesione civilisticamente rilevante, dovendo invece essere provato ed essere oggetto di un autonomo accertamento.

Tuttavia, è altrettanto vero che detta prova, secondo le stesse Sezioni Unite, può essere fornita per presunzioni; e che nel caso di specie, appare certamente possibile presumere una sofferenza morale connessa al dolore patito per la lesione oggetto di causa, che ha provocato, oltre che un danno biologico, anche la necessità di portare un collare, la ridotta articolarità del collo e della mano, l'ipostenia nella presa (cfr. pag. 2 e 3 perizia), situazione tanto più penosa se riferita alla professione di agente di commercio del R., ciò che impone un utilizzo costante dell'automobile e quindi un'oggettiva ed ulteriore sofferenza derivante dalla menomazione con la quale l'attività professionale è stata svolta nel periodo di convalescenza.

D'altronde, è la stessa Suprema Corte che, successivamente alla pronuncia delle Sezioni Unite sopra indicata, ribadisce la "autonomia ontologica del danno morale", autonomia che "deve essere considerata in relazione alla diversità del bene protetto, che attiene alla sfera della dignità morale delle persone" e "pure attiene ad un diritto inviolabile della persona" (Cass. n. 29191/2008; cfr. poi anche le successive Cass. n. 28407/2008, Cass. n. 379/2009, Cass. n. 479/2009, Cass. Sez. Un. n. 557/2009, Cass. n. 11059/2009, Cass. n. 11701/2009, Cass. n. 702/2010, Cass. n. 5770/2010. Cass. n. 4493/2009 addirittura sostiene che, nel giudizio equitativo davanti al Giudice di pace, non opera la limitazione del risarcimento del danno non patrimoniale ai soli casi di legge).

Anche il Legislatore, peraltro, per ben due volte, sia pure in normative settoriali, torna a parlare di danno morale come autonoma categoria di danno: infatti, con l'introduzione dell'art. 5 DPR n. 37 del 3/3/2009, dettato in tema di risarcimento del danno non patrimoniale al personale appartenente alla carriera militare impiegato in missioni all'estero, expressis verbis si qualifica il danno morale come autonoma categoria di danno non patrimoniale calcolato in percentuale sul danno biologico, esattamente ciò che le Sezioni Unite ritengono non possibile; e successivamente, con l'art. 1 DPR n. 181/2009 in tema di accertamento e determinazione del danno per le vittime del terrorismo, non solo si tengono distinte le due voci di danno biologico e morale, ma si offre un'autonoma definizione normativa del danno morale stesso.

Detto allora della possibilità di appesantire il punto di risarcimento biologico in relazione alla sofferenza morale patita, si ritiene che detto appesantimento possa essere effettuato anche al di sopra dei limiti posti dagli articoli 138 e 139 Cod. Ass. (id est 20% per le micropermanenti e 30% per le macro), dovendo gli stessi essere unicamente riferiti alla personalizzazione inerente all'aspetto dinamico-relazionale del danno biologico, ma non anche al danno non patrimoniale inteso omnicomprensivamente, se non altro perché, all'epoca dell'emanazione della norma, era pacifica l'autonoma risarcibilità del danno morale.

Sulla base di tutto quanto sopra, stimasi quindi equo personalizzare la liquidazione del danno non patrimoniale appesantendo il punto biologico del 25% in ragione della sofferenza morale.

Pertanto, atteso che il danno biologico è ristorato con la complessiva somma di euro 4.287,5, appesantendo il punto del 25%, stimasi equo valutare in complessivi euro 5.359,38 il danno non patrimoniale, già comprensivo della sofferenza morale.

b2) Quanto al danno patrimoniale, nuovamente sulla base della CTU, inappuntabile e comunque e non contestata sul punto, deve ritenersi provato un danno all'autovettura Jaguar condotta dal R., di euro 25.100 per riparazioni, di euro 140 per il recupero del mezzo, di euro 78 per il trasporto in carrozzeria (cfr. pag. 31 perizia), per un totale di euro 25.318, cifra che può essere arrotondata ad euro 26.000 in ragione del fermo tecnico di trenta giorni. Nulla deve invece essere riconosciuto per il dedotto deprezzamento commerciale a seguito della riparazione, posto che tale voce, come condivisibilmente spiegato dal perito, incide solo nel caso di alienazione del veicolo in un tempo ricompreso nel biennio successivo al sinistro (pag. 32 perizia), ciò che non è stato provato e per la verità nemmeno dedotto dall'attore, mentre nel caso di vendita successiva al biennio dal sinistro, il lamentato deprezzamento è assorbito da quello connesso all'età dell'auto.

Sempre a livello di danno patrimoniale, vanno ristorate le spese mediche di euro 366,29, ritenute congrue dal perito (pag. 4 perizia).

Nulla deve invece essere riconosciuto per spese legali ante causam, dovendo dette spese unicamente essere disciplinate ai sensi degli articoli 91 e 92 c.p.c.

b3) Conclusivamente, il danno sofferto dal R. può essere indicato in euro 31.725,67 (euro 5.359,38 per danno non patrimoniale, euro 26.000 per danno patrimoniale connesso all'autovettura, euro 366,29 per spese mediche).

Tuttavia, in ragione del concorso di colpa del 30%, il danno che può essere oggetto di risarcimento è pari ad euro 22.207,97.

Avendo peraltro l'assicurazione del P. già versato ante causam la somma di euro 20.927, il P. e la sua assicurazione Gan, in solido tra loro, devono essere condannati a pagare al R. la differenza, pari ad euro 1.280,97, oltre rivalutazione ed interessi legali sulla somma via via rivalutata dal fatto, id est il 17/1/2003, al saldo.

Va invece rigettata la domanda di P. di essere manlevato da Gan per quanto eventualmente pagato al R., posto che la domanda di manleva, così come correttamente eccepito dalla difesa della Gan nella memoria ex art. 180 comma 2 c.p.c. ratione temporis vigente, è stata tardivamente formulata dopo lo spirare delle preclusioni di cui all'art. 167 c.p.c. e senza le modalità di cui all'art. 269 c.p.c.

c) Anche relativamente alla quantificazione dei danni subiti dal P. occorre distinguere le singole poste rivendicate.

Con riferimento al danno non patrimoniale, il CTU, con motivazione pienamente condivisibile, neppure contestata dalle parti, ha spiegato che le lesioni subite consistono nel 14% di danno biologico permanente, in 40 giorni di ITT, in 30 giorni di ITP al 50% ed in altri 30 giorni di ITP al 25%.

Pertanto, trattandosi di lesioni macropermanenti che escludono radicitus l'applicazione dell'articolo 139 del D.Lgs. n. 209/2005, sulla base dei parametri liquidatori cd. del Tribunale di Milano aggiornati all'attualità, che qui si intendono applicare in quanto condivisibili ed adeguati, tenuto conto di un'età di 71 anni al momento del sinistro, spetta un complessivo risarcimento per danno biologico -già comprensivo della sofferenza morale, stante la formulazione stessa delle tabelle- di euro 34.300 (ed in particolare, euro 28.050 per danno biologico permanente; sulla base teorica di euro 100 giornaliere per ITT, cifra mediana tra quella minima di 88 e quella massima di euro 132, euro 4.000 per ITT, euro 1.500 per ITP al 50%, euro 750 per ITP al 25%).

c1) Quanto al danno patrimoniale, nuovamente sulla base della CTU, inappuntabile e comunque e non contestata sul punto, deve ritenersi provato un danno all'autovettura Fiat del P. di euro 3.400, essendo tale il valore ante sinistro dell'auto ed essendo antieconomica la riparazione, di euro 80 per il recupero del mezzo, di euro 300 per una nuova immatricolazione (cfr. pag. 31 perizia), per un totale di euro 3.780, cifra che può essere arrotondata ad euro 3.850 in ragione del fermo tecnico di sei giorni.

Sempre a livello di danno patrimoniale, vanno ristorate le spese mediche di euro 5.000, ritenute congrue dal perito (pag. 4 perizia).

c2) Conclusivamente, il danno sofferto dal P. può essere indicato in euro 43.150 (euro 34.300 per danno non patrimoniale, euro 3.850 per danno patrimoniale connesso all'autovettura, euro 5.000 per spese mediche). Tuttavia, in ragione del concorso di colpa del 70%, il danno che può essere oggetto di risarcimento è pari ad euro 12.945.

Su tale somma capitale, che integra all'evidenza un debito di valore in quanto posta risarcitoria, così come da domanda ed in base ai principi generali, vanno riconosciuti, secondo la pacifica giurisprudenza, rivalutazione ed interessi sulla somma stessa via via rivalutata, dalla data del fatto, id est il 17/1/2003, al saldo. Tuttavia, essendo la somma capitale già calcolata all'attualità con riferimento al danno non patrimoniale (cioè alla cifra maggiore) ed in ragione della difficoltà di procedere alla devalutazione del danno non patrimoniale e non anche di quello patrimoniale, in piena aderenza all'insegnamento dalla Suprema Corte, gli interessi possono essere calcolati sulla somma integralmente rivalutata, ma da un momento successivo al fatto pur se precedente alla sentenza, id est il 1/1/2006.

Destinatari della condanna sono il R. e la sua assicurazione Vittoria Assicurazioni s.p.a., in solido tra loro.

d) Circa le spese di lite, occorre distinguere i due rapporti processuali.

Nella causa RG 871/2004, la domanda di R. verso P. e Gan è stata accolta per la sola somma di euro 1.280,97: le spese seguono quindi la soccombenza ex art. 91 c.p.c., pur se nella liquidazione degli onorari deve tenersi a mente che, trattandosi di accoglimento solo parziale della domanda, lo scaglione di riferimento è quello relativo al decisum, non già al disputatum (Cass. Sez. Un. n. 19014/2007).

Nella causa RG 1975/2004 la domanda di P. verso R. e La Vittoria è stata accolta per la ben maggiore somma di euro 12.945: anche in questo caso le spese seguono la soccombenza, ma la liquidazione è più alta in ragione del diverso scaglione di riferimento per gli onorari.

In ragione del complessivo esito della lite, le spese di CTU, già liquidate con i quattro separati decreti di cui a dispositivo, vanno definitivamente poste per un terzo ciascuno a carico di R. e La Vittoria, maggiori soccombenti; e per un sesto ciascuno a carico di P. e Gan, minori soccombenti.

Si dà atto che il presente fascicolo è per la prima volta pervenuto a questo Giudice all'udienza del 6/7/2010, ed in tale udienza è stato trattenuto in decisione con la concessione dei termini abbreviati ex art. 190 c.p.c. per il deposito di conclusionali e repliche.

 

P.Q.M.

il Tribunale di Piacenza in composizione monocratica

definitivamente pronunciando, nel contraddittorio tra le parti, ogni diversa istanza disattesa

accerta e dichiara che il sinistro stradale del 17/1/2003 è addebitabile al concorso di colpa dei conducenti, per il 30% a R. L. e per il 70% a P. A. A.;

condanna P. A. A. e Gan Assicurazioni s.p.a. a pagare a R. L. euro 1.280,97, oltre rivalutazione ed interessi legali sulla somma via via rivalutata dal 17/1/2003 al saldo, già tenuto conto del versamento ante causam di euro 20.927;

condanna R. L. e La Vittoria Assicurazioni s.p.a., in solido tra loro, a pagare a P. A. A. euro 12.945 oltre interessi legali dal 1/1/2006 al saldo;

condanna P. A. A. e Gan Assicurazioni s.p.a., in solido tra loro, a rifondere a R. L. le spese di lite del presente giudizio, che liquida in euro 172,36 per rimborsi, euro 3.000 per diritti ed onorari, oltre IVA, CPA ed art. 14 TP;

condanna R. L. e La Vittoria Assicurazioni s.p.a., in solido tra loro, a rifondere a P. A. A. le spese di lite del presente giudizio, che liquida in euro 328,65 per rimborsi, euro 6.000 per diritti ed onorari, oltre IVA, CPA ed art. 14 TP;

pone le spese di CTU, già liquidate in corso di causa con i separati decreti 4/4/2006 (dott. M.), 4/4/2006 (dott. M.), 6/5/2006 (PI F.) e 6/6/2007 (PI F.), definitivamente a carico di R. L. per 1/3, La Vittoria Assicurazioni s.p.a. per 1/3, P. A. A. per 1/6, Gan Assicurazioni s.p.a. per 1/6.

Piacenza, 11/10/2010

Cass. civ., sez. III, 17 settembre 2010, n. 19816, pres. Finocchiaro, rel. Lanzillo

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                  

     SEZIONE TERZA CIVILE                        

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                          

Dott. FINOCCHIARO Mario                           - Presidente   -

Dott. MASSERA     Maurizio                       - Consigliere -

Dott. SEGRETO     Antonio                         - Consigliere -

Dott. VIVALDI     Roberta                         - Consigliere -

Dott. LANZILLO   Raffaella                  - rel. Consigliere -

ha pronunciato la seguente:                                        

ordinanza                                      

sul ricorso 9053/2009 proposto da:

         F.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA AMERIGO

VESPUCCI 41, 2^ scala, int. 21, presso lo studio dell'avvocato

LETIZIA TAMBURRINI, rappresentato e difeso dall'avvocato LISCIO

Mario, giusta procura speciale a margine del ricorso;

                                                       - ricorrente -

                               contro

U.G.F.   ASSICURAZIONI SPA, (nuova denominazione   assunta   dalla

Compagnia di Assicurazioni Unipol Spa -Aurora Assicurazioni Spa),

quale Società incorporante della Aurora Assicurazioni spa, in

persona del suo procuratore ad negotia, elettivamente domiciliata in

ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e

difesa dall'avvocato SESTA Antonio, giusta procura a margine del

controricorso;

                                                - controricorrente -

e contro

CAVALLONE P.I. MICHELE ELETTROMECCANICA SAS;

                                                         - intimata -

avverso la sentenza n. 427/2008 del TRIBUNALE di FOGGIA del 20/02/08,

depositata l'11/03/2008;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

06/05/2010 dal Consigliere Relatore Dott. RAFFAELLA LANZILLO;

udito l'avvocato Cipriani Giovanna, delega avvocato Antonio Sesta

difensore della controricorrente che si riporta ai motivi scritti;

è presente il P.G. in persona del Dott. ANTONIETTA CARESTIA che

aderisce alla relazione scritta.

La Corte:

                

Fatto

PREMESSO IN FATTO

Il giorno 23 marzo 2010 è stata depositata in Cancelleria la seguente relazione ai sensi dell'art. 380 bis cod. proc. civ.:

"1.- Con sentenza 20 febbraio - 11 marzo 2008 n. 427 il Tribunale di Foggia, in parziale riforma della sentenza emessa dal Giudice di pace di Foggia, ha incrementato di Euro 309,46 oltre interessi la somma già liquidata in primo grado in risarcimento dei danni in favore di F.M., a seguito di un incidente stradale addebitato a colpa esclusiva di C.M., assicurato con la s.p.a. Aurora Assicurazioni.

Il F. propone tre motivi di ricorso per cassazione.

Resiste con controricorso UGF Assicurazioni s.p.a. (già Aurora Ass.ni).

Il C. non ha depositato difese.

2.- Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione degli art. 2059 cod. civ. e L. n. 57 del 2001, art. 5, nel capo in cui il giudice di appello gli ha negato il risarcimento dei danni morali - in relazione ad un sinistro che gli provocato lesioni personali - con la motivazione che la L. n. 57 del 2001, non prevede la liquidazione del danno morale.

2.1.- Il motivo è manifestamente fondato.

Il diritto al risarcimento dei danni non patrimoniali deriva da una precisa norma del codice civile (art. 2059 cod. civ.), che la L. n. 57 del 2001, non ha certo abrogato.

L'art. 5 della suddetta legge si è limitato a dettare i criteri di liquidazione del danno biologico - cioè di quell'aspetto del danno non patrimoniale che afferisce all'integrità fisica - senza per questo escludere che, nella complessiva valutazione equitativa circa l'entità della somma spettante in risarcimento, il giudice debba tenere conto anche delle sofferenze morali subite dal danneggiato.

Le sentenze della Corte di cassazione a S.U. n. 26972 e 26973/2008 - citate dalla resistente - confermano tale principio, disponendo che non è ammessa la creazione di diverse tipologie autonome e a sè stanti di danno non patrimoniale (ed in particolare di quella del danno c.d. esistenziale), per attribuire una specifica somma in risarcimento di ognuna; ma che il giudice deve comunque tenere conto - nel liquidare l'unica somma spettante in riparazione - di tutti gli aspetti che il danno non patrimoniale assume nel caso concreto (danno alla vita, alla salute, ai rapporti affettivi e familiari, sofferenze psichiche, ecc.).

La sentenza impugnata ha commisurato la liquidazione esclusivamente al c.d. danno biologico, escludendo espressamente la risarcibilità delle sofferenze morali conseguenti alle lesioni fisiche, sulla base dell'errata interpretazione delle norme richiamate dal ricorrente e deve essere per questa parte cassata.

3.- Il secondo motivo, con cui il ricorrente lamenta vizi di motivazione nella parte in cui la sentenza impugnata ha quantificato i danni patrimoniali facendo pieno affidamento sulle conclusioni del CTU, è inammissibile, poichè attiene agli accertamenti in fatto ed alla valutazione delle prove da parte del giudice di merito, cioè a materia non suscettibile di riesame in sede di legittimità, ove risulti adeguatamente motivata, come è da ritenere nel caso di specie.

Il ricorrente non prospetta alcun vizio logico o giuridico intrinseco alla motivazione, tale da renderla incoerente o contraddittoria; solo dissente dalle conclusioni di merito alle quali è pervenuto il giudice di appello: aspetto in relazione al quale la sentenza impugnata non è suscettibile di censura (cfr., fra le tante, Cass. civ. 26 maggio 2005 n. 11197; Cass. Civ. 2 luglio 2008 n. 18119).

4.- Il terzo motivo, con cui il ricorrente censura la decisione sulle spese, risulta assorbito.

5.- Propongo che il ricorso sia deciso con procedimento in Camera di consiglio, con l'accoglimento del primo motivo, la dichiarazione di inammissibilità del secondo motivo; assorbito il terzo". - La decisione è stata comunicata al Pubblico Ministero e ai difensori delle parti.

Il pubblico ministero non ha depositato conclusioni scritte.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

1.- Il Collegio, all'esito dell'esame del ricorso, ha condiviso la soluzione e gli argomenti esposti nella relazione.

2.- Il primo motivo di ricorso deve essere accolto, con la cassazione della sentenza impugnata, nel capo corrispondente al motivo accolto, ed il rinvio della causa al Tribunale di Foggia, in diversa composizione, affinchè decida la controversia uniformandosi al seguente principio di diritto: "La parte danneggiata da un comportamento illecito che oggettivamente presenti gli estremi del reato ha diritto al risarcimento dei danni non patrimoniali, ai sensi dell'art. 2059 cod. civ., i quali debbono essere liquidati in unica somma, da determinarsi tenendo conto di tutti gli aspetti che il danno non patrimoniale assume nel caso concreto (sofferenze fisiche e psichiche; danno alla salute, alla vita di relazione, ai rapporti affettivi e familiari, ecc.)".

3. - Il giudice di rinvio deciderà anche sulle spese del presente giudizio.

 

P.Q.M.

La Corte di cassazione accoglie il primo motivo di ricorso;

dichiara inammissibile il secondo motivo e dichiara assorbito il terzo.

Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa al Tribunale di Foggia, in diversa composizione, il quale deciderà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 6 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 17 settembre 2010

 

 

Giudice di Pace

Torino

Sezione V Civile

Ordinanza 30 novembre 2009

Nella causa civile iscritta al n.15643/09 del Ruolo Generale

avente per oggetto: risarcimento danni da incidente stradale

Promossa da:

C. D. residente in Torino, ed elettivamente domiciliato in Torino, c. Tassoni, n. 12 presso lo studio dell’avvocato Massimo Perrini che lo rappresenta e difende come da delega in atti.

Contro:

UNIQA PROTEZIONE s.p.a. in persona del legale rappresentante pro tempore con sede in Udine, Viale Venezia n. 99 ed elettivamente domiciliata in Torino c. Matteotti n. 53 presso lo studio dell’avvocato Angelo Formica che la rappresenta e difende in forza di delega in atti.

CONVENUTA

Nonché Contro:

A. T. residente in Rivalta (TO), v, Giaveno n. 46/2

Altro CONVENUTO CONTUMACE

Il Giudice di Pace dott. Polotti di Zumaglia Alberto

ha depositato la seguente

ORDINANZA

Premesso:

- con atto di citazione notificato il 26/3/2009 il sig. C. D. conveniva in giudizio la Uniqa Assicurazioni s.p.a. chiedendo il risarcimento dei danni patiti a seguito di incidente stradale verificatosi il 31/1/2008; asseriva l’attore che in tale data era trasportato sulla Lancia Y targata XXXXXXX di proprietà e condotta dal sig. A. T. assicurata per la responsabilità civile obbligatoria dalla Uniqa Assicurazioni s.p.a., e che detto veicolo veniva urtato dalla Fiat Tipo targata ZZZZZZZ di proprietà del sig. XXXXXXXXXXXXXXXXXX ed assicurata per la responsabilità civile obbligatoria dalla Reale Mutua Assicurazioni;

- all’udienza di comparizione il G.d.P. rilevava la necessità di integrare il contraddittorio nei confronti del vettore che veniva quindi evocato in giudizio dalla difesa attorea senza che peraltro esso vettore provvedesse a costituirsi in giudizio alla successiva udienza, per cui verificata la presenza delle condizioni di legge ne veniva dichiarata la contumacia; sempre all’udienza di comparizione la difesa attorea dichiarava che per mero errore aveva evocato in giudizio l’Uniqa Assicurazioni s.p.a. omettendo l’esatta sua denominazione di Uniqa Protezione e quest’ultima si costituiva regolarmente in giudizio alla successiva udienza dichiarando in sostanza di assumere la gestione della lite in luogo di Uniqa Assicurazioni s.p.a che veniva quindi estromessa dal giudizio;

- espletate le prove ammesse, le parti all’udienza del 19/10/2009 precisavano le conclusioni e chiedevano che la causa venisse trattenuta a sentenza; la difesa attorea chiedeva in via preliminare, ritenuta la rilevanza e non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 139 d.l.vo 7/9/2005 n. 209 in riferimento agli articoli 2, 3, 10 , 24 e 32 della Costituzione, sospendersi il giudizio e disporre l’immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale;

- la risoluzione della questione di legittimità costituzionale così preliminarmente sollevata può indubbiamente esplicare notevoli conseguenze sulla decisione del giudizio in corso, posto che nello stesso non è in discussione la responsabilità di parte convenuta ma essenzialmente il risarcimento del danno alla persona patito dall’attore per la cui quantificazione dovrebbe farsi obbligatoriamente riferimento a quanto stabilito dall’articolo139 del d.l.vo n. 209/2005, il che non consentirebbe di giungere ad un’adeguata personalizzazione del danno, per cui si ritiene necessario sollevarla per quanto in appresso verrà precisato, sospendendo il giudizio in attesa della decisione della corte Costituzionale;

- le argomentazioni esposte dalla difesa dell’attore possono sinteticamente così riassumersi: premesso che il danno patito dallo stesso attore è tale da non poter essere adeguatamente risarcito in considerazione delle sue particolari caratteristiche che fanno si che la sua quantificazione, ove effettuata con riferimento ad un’adeguata sua personalizzazione come ritenuto dall’attuale evoluzione legislativa esuli dai criteri di legge, vengono effettuate le seguenti critiche all’art 139 del d.lvo n. 209/2005: a) violazione dell’art. 76 della Costituzione da parte di detta norma per l’introduzione di un limite per la liquidazione del danno alla persona non previsto dalla legge delega 23/7/2003 n. 229 ed inferiore a quanto in precedenza liquidato con le tabelle in uso presso i vari tribunali; a 1) illegittimità costituzionale degli artt. 5 della legge n. 57/2001 e 23 della legge n. 273/2002 laddove, a seguito di caducazione dell’art. 139, si giungesse ad una reviviscenza di dette norme dovendosi applicare gli ordinari criteri risarcitori del danno alla persona comunemente adottati dalla giurisprudenza di merito e di legittimità; b) violazione dell’articolo 3 comma 2 della Costituzione a fronte dello squilibrio esistente tra la personalizzazione del danno dell’infortunato effettuata secondo le tabelle in uso presso i vari Tribunali e quella concessa dai criteri di cui all’art. 139 che pongono limiti rigidi, squilibrio che è ancora più evidente se si prende in considerazione anche solo il fatto che un’invalidità del 10%, allo stato, viene liquidata con le suindicate tabelle, mentre quella del 9% viene liquidata con i criteri di detta norma ed ulteriore difformità di trattamento è evidenziabile dopo l’intervento delle Sezioni Unite della Suprema Corte laddove venne rivisitata la liquidazione del danno non patrimoniale soprattutto con riferimento ai contenuti del danno biologico con conseguente impossibilità di riconoscere il danno morale come in precedenza accadeva nella pratica; c) violazione dell’articolo 3 comma 1 della Costituzione con riferimento al soggetto danneggiante od alla tipologia della causa del danno; sotto il primo aspetto viene preso in considerazione il fatto che la procedura di risarcimento diretto prevista dall’art. 149 del d.l.vo n. 209/2005 si affianca senza sostituirla, alla procedura ordinaria, nel senso che il danneggiato può agire per il risarcimento del suo danno sia nei confronti della propria assicurazione sia nei confronti del danneggiante con il risultato che nel rapporto assicurato assicuratore operano necessariamente i criteri dell’articolo 139 mentre nel rapporto tra danneggiante e danneggiato regolato dalle norme ordinarie potrebbe aversi una liquidazione dello stesso danno secondo le tabelle in uso presso i singoli Tribunali con risultati ovviamente difformi; riguardo al secondo aspetto viene invece in considerazione il fatto che il danneggiato da eventi della circolazione stradale viene risarcito con i limiti di legge, mentre questi finirebbero per non operare per il soggetto danneggiato da altri eventi; d) violazione degli articoli 2 e 24 della Costituzione in relazione ad una corretta e necessaria personalizzazione del danno, posto che il limitato incremento del 20% concesso dalla legge non tiene conto delle diverse effettive ricadute che uno stesso pregiudizio può provocare a vari soggetti portando ad un livellamento dei risarcimenti soprattutto nella valutazione dei risvolti dinamico relazionali che in concreto possono avere conseguenze differenti da soggetto a soggetto; e) violazione dell’articolo 32 della Costituzione per il mancato risarcimento della sofferenza fisica e morale quale limite del diritto alla salute e ciò in particolare dopo l‘intervento delle Sezioni Unite della Cassazione laddove si ritenga che il danno morale resti compreso nel danno biologico tanto più che il primo non consiste solo nel dolore fisico preso in considerazione nella quantificazione del secondo ma anche nella sofferenza morale. La difesa attorea rilevava infine l’impossibilità di un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’articolo 139 in relazione ai mutati indirizzi giurisprudenziali quali recepiti dal diritto vivente posto che detta norma non lascia spazi di manovra al giudicante il quale si deve limitare ad un conteggio matematico che impedisce un’adeguata personalizzazione del danno.

OSSERVA

Sulla non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 139 del d.l.vo 7/9/2005 n. 209

1) Richiami sui precedenti legislativi e sulle questioni sorte in ordine agli stessi

Prima di procedere all’esame della questione di legittimità costituzionale sollevata è opportuno ricordare quanto a suo tempo osservato in ordine all’articolo 5 della legge 5/3/2001 n. 57 con il quale si introdussero le tabelle per la liquidazione del danno biologico per i postumi da lesioni pari o inferiori al nove per cento ed all’art. 23 della legge 12/12/2002 n. 273 che introdusse la possibilità di aumento dell’ammontare del danno biologico liquidato in forza di tali tabelle, in misura non superiore ad un quinto, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato.

In ordine al momento in cui entrarono in vigore dette norme, che si può dire rappresentino l’antecedente storico dell’articolo 139 del d.l.vo n. 209/2005, si deve ricordare che lo stesso art. 5 della legge n. 57/2001 prevedeva che i competenti Ministeri provvedessero alla predisposizione di una specifica tabella delle menomazioni all’integrità psicofisica comprese tra 1 e 9 punti di invalidità il che avvenne con il decreto ministeriale 3/7/2003 (in G.U. 11/9/2003 n. 211) per cui l’articolo 5 della legge n. 57/2001 risultò di fatto applicabile solo dopo l’entrata in vigore di detto decreto ministeriale.

Di recente si è osservato che da quel momento venne introdotto “…un regime speciale per il danno biologico lieve o da micropermanente (sino a 9 punti) in deroga al regime ordinario codificato dall’articolo 2056 c.c. e con la previsione (introdotta da successiva novella n. 273 del 2002) del potere di correzione della stima del danno nella misura del 25%, così delimitando il potere di personalizzazione del danno, ampiamente sostenuto dalla Corte Costituzionale (1986 n. 194) e della Corte di Cassazione (incluso il punto 4.9 del preambolo sistematico delle SU 11/11/1008 n. 26973 e 26974).

Le tabelle ministeriali in questione, per atto amministrativo, appaiono in contrasto con la definizione amplia del danno biologico considerata, anche per le micropermanenti, dall’art. 139 secondo comma del codice delle assicurazioni, che determina la struttura complessa del danno biologico nelle sue quattro componenti essenziali ( fisica e psichica e riferito alle perdite della vita attiva e della vita di relazione), tanto da determinare gli stessi tribunali a ritenerle orientative e non vincolanti, in attesa di una loro riformulazione nel rispetto della forma regolamentare e per decreto presidenziale.” ( così in motivazione Cass.13/5/2009 n. 11048)

Si ritiene poi di ricordare che attenta dottrina, all’entrata in vigore dell’articolo 5 della legge n. 57/2001, rilevò trattarsi di norma di portata generale ma con tre limiti applicativi e cioè causale, oggettivo e temporale. In ordine alla limitazione causale che qui maggiormente può interessare, detta dottrina osservò che tale norma appariva difficilmente compatibile con il combinato disposto degli articoli 3 e 32 Costit. perché se la salute è un bene dell’individuo e tutti gli individui sono uguali non si comprende perché una stessa lesione debba essere risarcita in modo diverso a seconda che derivi da una caduta dal motorino piuttosto che da una caduta da cavallo; inoltre se l’intento del legislatore era stato quello di eliminare le disparità di trattamento derivanti da diversi orientamenti giurisprudenziali le stesse non sarebbero state eliminate permanendo in tutti quei casi in cui il danno alla salute sia derivato da un fattore estraneo alla circolazione dei veicoli.

La giurisprudenza di merito, con riferimento al richiamato articolo 5 della legge n. 57/2001 sollevò a suo tempo numerose questioni di sua illegittimità costituzionale che si conclusero con le ordinanze della Corte Costituzionale n. 126/2003, 64/2004, 434/2004 e 33/2006 le quali, con varie motivazioni, dichiararono la manifesta inammissibilità delle questioni poste.

Di fatto si deve però rilevare:

- l’ordinanza n. 126/2003 dichiarò la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’art 5 della legge n. 57/2001 perché le questioni di incostituzionalità risultarono sollevate con ordinanza “…priva, nel suo complesso, degli elementi idonei a dare valido ingresso al giudizio di legittimità costituzionale, quanto alla necessaria motivazione sulla rilevanza e sulla non manifesta infondatezza delle questioni stesse, non essendovi sufficienti indicazioni sulle ragioni per cui si configurerebbe la violazione del parametro costituzionale…”;

- l’ordinanza n. 64/2004 si limitò a restituire gli atti al giudice rimettente al fine di una nuova valutazione sulla rilevanza, alla luce dello ius superveniens costituito dall’art. 23 comma 3 della legge n. 273/2002 che aveva sostituito il comma 4 dell’art. 5 della legge n. 57/2001, cui seguì, dopo che il giudice rimettente aveva nuovamente rimesso gli atti alla Corte Costituzionale, l’ordinanza n. 33/2006 che, a sua volta, rilevò che detto giudice aveva omesso ogni descrizione della fattispecie oggetto del giudizio principale limitandosi a confermare la rilevanza delle questioni evidenziate con la precedente ordinanza di rimessione e la Corte escluse l’idoneità di una motivazione per relationem anche se dello stesso Giudice ed anche se già ad essa sottoposta con conseguente inammissibilità della proposta questione di legittimità;

- l’ordinanza n. 434/2004 affermò che l’art. 5 della legge n. 57/2001 nella parte in cui disciplina la liquidazione delle micropermanenti “…è applicabile soltanto all’azione diretta del danneggiato nei confronti dell’assicuratore e non anche nel rapporto tra danneggiato e danneggiante, che è indipendente dal contratto assicurativo..” per cui trattandosi nel caso di specie di danno di una convenuta che aveva esplicato domanda riconvenzionale senza che poi si sia fatto intervenire nel giudizio l’assicuratore dell’attrice, che tale danno avrebbe dovuto pagare, la questione è stata dichiarata inammissibile, mentre per quanto poteva riguardare l’eventuale rilevanza della questione nel rapporto tra danneggiato e danneggiante la questione è stata dichiarata inammissibile per mancanza di motivazione al riguardo.

Da quanto sin qui rilevato può desumersi che la questione nodale e cioè l’eventuale incostituzionalità di una norma che ponga una tabellazione rigida per la liquidazione delle micro permanenti solo per i danni da circolazione dei veicoli, non è stata di fatto esaminata con riferimento all’art 5 della legge n. 57/2001, posto che le varie ordinanze di rimessione alla Corte vennero respinte solo perché prive di basilari elementi che potessero venir presi in considerazione dalla stessa.

Tanto rende dunque ancora attuali le critiche come sopra ricordate a suo tempo formulate dalla dottrina alla predetta legge n. 57/2001 alle quali, si può tuttora far riferimento, per avvalorare i dubbi di incostituzionalità dell’articolo 139 del d.l.vo n. 209/2005, dubbi, che devono essere ora esaminati anche con riferimento agli attuali indirizzi della giurisprudenza in tema di valutazione del danno alla persona per gli ulteriori motivi che in appresso verranno svolti.

2) Violazione dell’articolo 2 della Costituzione per la fissazione di un limite al risarcimento del danno alla persona senza un adeguato contemperamento degli interessi in gioco.

Il quesito che ci si deve preliminarmente porre è se il legislatore possa stabilire che la vittima di un illecito aquiliano non possa pretendere più di una somma predeterminata a titolo di risarcimento indipendentemente dall’effettiva consistenza del pregiudizio subito.

Di tale questione la Corte Costituzionale ebbe ad occuparsi in svariate occasioni.

Per quanto qui interessa e per i risvolti che le decisioni adottate possono riverberare sulla questione qui sollevata, si può ricordare la sentenza 2/5/1985 n. 132 con la quale la Corte Costituzionale venne chiamata a stabilire se fossero o meno contrari alla Costituzione gli articoli 1 della legge 19/5/1932 n. 841 e 2 della legge 3/12/1962 n. 1832 nella parte in cui, dando esecuzione all’articolo 22 della Convenzione di Varsavia del 12/10/1929 e successive modifiche, stabilivano che la responsabilità del vettore aereo per il risarcimento del danno alla persona fosse contenuta entro il limite di 250.000 franche Poincaré.

In motivazione detta sentenza osservò: “ Si può intanto precisare che l’aver comunque sancito un limite alla responsabilità del vettore non basta ad integrare la prospettata ipotesi di illegittimità costituzionale sebbene importi una deroga al principio del risarcimento integrale del danno …Occorre vedere più da vicino se la limitazione dell’obbligo risarcitorio sia giustificata dallo stesso contesto normativo in cui essa si colloca, nel senso che la denunciata disciplina pattizia riesca a comporre gli interessi del vettore con un sistema di ristoro del danno non lesivo della norma costituzionale di raffronto…Ad avviso della Corte deve trattarsi di una soluzione normativa atta ad assicurare l’equilibrato componimento degli interessi in gioco: e dunque, per un verso sostenuta dalla necessità di non comprimere indebitamente la sfera di iniziativa economica del vettore, per l’altro, congeniata secondo criteri che, in ordine all’imputazione della responsabilità o alla determinazione della consistenza del limite in discorso, comportano idonee e specifiche salvaguardie del diritto fatto valere da chi subisce il danno ….”

Nei termini in cui essa è configurata “.. la norma che di fronte alle lesioni corporee…esclude il ristoro integrale del danno non è assistita da un idoneo titolo giustificativo .

Occorre quindi concludere che essa lede la garanzia eretta dall’articolo 2 Costituzione a presidio inviolabile della persona.”

Come rilevato da attenta dottrina le norme limitatrici della responsabilità del vettore aereo vennero dichiarate costituzionalmente illegittime non perché fissassero un limite al risarcimento, ma perché non realizzavano l’”equo contemperamento” tra l’interesse della vittima al risarcimento integrale e quello del vettore aereo allo svolgimento della propria attività, in particolare non fissando né un meccanismo che garantisse alla vittima la certezza del ristoro ( ad esempio per una responsabilità oggettiva), né criteri di adeguamento dell’importo del massimale.

Si tratta a questo punto di vedere se l’articolo 139 del codice delle assicurazioni violi o meno l’articolo 2 della Costituzione facendo applicazione dei principi come sopra affermati: premesso dunque che la semplice previsione di un tetto risarcitorio non può costituire di per se violazione del richiamato articolo2 Costit, occorre allora vedere se tale norma realizzi l’equo contemperamento degli interessi in gioco.

Ma il contemperamento degli interessi in gioco si deve ammettere che da tale norma non è realizzato, visto che a fronte della rigida limitazione risarcitoria imposta al danneggiato questi non ottiene alcun vantaggio diretto od indiretto nei confronti del responsabile o del suo assicuratore come potrebbe essere ad esempio una responsabilità oggettiva dell’assicuratore stesso. Non pare poi ragionevole sostenere che l’interesse all’esercizio dell’attività assicurativa possa essere ritenuto preminente su quello all’integrale risarcimento del danno alla persona. In sostanza, la sproporzione del trattamento delle rispettive posizioni risulta evidente tanto più se si considera anche che l’assicuratore ha già ottenuto un vantaggio, sul piano commerciale, dall’introduzione dell’obbligatorietà dell’assicurazione contro il rischio della responsabilità civile per la circolazione dei veicoli.

Di conseguenza, si può rilevare l’assenza dell’equo contemperamento tra i contrapposti interessi che come si è visto è il presupposto della legittimità costituzionale di qualsiasi norma limitativa del diritto al risarcimento e da ciò deriva il contrasto dell’articolo 139 cod. assic. con il richiamato articolo 2 della Costituzione.

A conclusioni similari, sia pur esaminando il problema da diversa angolatura, è pervenuta la giurisprudenza di merito laddove venne precisato: “ Da più parti ci si è interrogati, tenuto conto della valenza costituzionale del risarcimento del danno alla persona, alla luce del secondo comma dell’art. 3 della Costituzione e del principio della necessaria integralità del risarcimento, circa il rischio di illegittimità costituzionale dell’introduzione di limitazioni massime al risarcimento del danno alla persona, che non appaiano ragionevolmente giustificate da un interesse pubblico di rilievo costituzionale.

Almeno in linea di principio non sembra da escludersi la sussistenza di un apprezzabile interesse pubblico all’introduzione di un limite legale massimo al risarcimento, al fine di stabilizzare il mercato assicurativo e soprattutto di garantire una certa uniformità dei risarcimenti sul territorio nazionale di una loro minima prevedibilità da parte degli operatori del settore.

Il riconoscimento astratto dell’ammissibilità dell’introduzione di soglie-limite, di per sé non contrastanti con la Costituzione, non significa però che il legislatore non debba rispettare parametri di ragionevolezza per introdurre le soglie.

E’ in tale scenario che matura il sospetto di incostituzionalità delle norme di cui agli articoli 138 e 139 Codice delle Assicurazioni ove le stesse fossero reinterpretate alla luce del<<nuovo>> art. 2059 c.c. così come concepito dalle Sezioni Unite.” ( così in motivazione Corte d’Appello di Torino 30/10/2009 n. 1315)

3) Violazione dell’articolo 3 comma 1 della Costituzione con riferimento all’eziologia del danno ed al soggetto danneggiante.

Già si è in precedenza accennato come in dottrina, criticando l’articolo 5 della legge n. 57/2001, si sia osservato come tale norma apparisse difficilmente compatibile con il combinato disposto degli articoli 3 e 32 Costit. perché se la salute è un bene dell’individuo e tutti gli individui sono uguali non si comprende perché una stessa lesione debba essere risarcita in modo diverso a seconda che derivi da una caduta dal motorino piuttosto che da una caduta da cavallo.

Identico ragionamento può ora venir fatto nei confronti dell’articolo 139 codice delle assicurazioni il cui disposto vale nei confronti dei danni alla persona conseguenti alla circolazione dei veicoli ed in caso di azione diretta del danneggiato contro l’assicuratore non essendovi ragione per discostarsi anche da quanto affermato dall’ordinanza n. 434/2004 in riferimento all’art. 5 della legge n. 57/2001 laddove precisò che detta noma nella parte in cui disciplina la liquidazione delle micropermanenti “…è applicabile soltanto all’azione diretta del danneggiato nei confronti dell’assicuratore e non anche nel rapporto tra danneggiato e danneggiante, che è indipendente dal contratto assicurativo..”

Ed allora identica lesione può venir risarcita con gli importi di cui al d.m. 19/6/2009 se conseguente a circolazione dei veicoli mentre può venir risarcita con i criteri di cui alla tabella adottata dal Tribunale di Milano, che risulta oggi utilizzata da ben 44 Tribunali (v. Guida al diritto - Dossier n. 9 Novembre 2009, p. 6), se conseguente ad altra e diversa causa, come cadere in una buca stradale, eccetera.

Ma le differenze in termini monetari risultano notevoli se si pensa che nel primo caso in forza del punto base del decreto ministeriale ad un soggetto di dieci anni che abbia riportato un 1% di invalidità da circolazione, viene corrisposto euro 728,16, mentre allo stesso soggetto che abbia riportato sempre un’invalidità dell’1% cadendo in una buca può venir corrisposto l’importo di euro 1.276,00 e con l’aumentare dell’invalidità le differenze risultano ancora maggiori se si pensa che un 9% in un soggetto di 24 anni con la tabella ministeriale viene risarcito con euro 14.017,81 e con euro 18.620,00 con la tabella di Milano.

La differenza di trattamento in presenza di identiche situazioni, che consegue a quanto appena rilevato, risulta allora evidente con conseguente violazione dell’articolo 3 comma 1 della Costituzione.

Quanto appena rilevato si riflette anche nei confronti del soggetto danneggiante tenuto al risarcimento, posto che se questi è un assicuratore contro il quale sia stata proposta l’azione diretta sarà obbligato ad un risarcimento calcolato con i criteri di cui alla tabella ministeriale, mentre tanto non avverrà per il danneggiante tenuto a sensi dell’art. 2043 e seguenti c.c.

Ma le conseguenze di tale situazione possono avere effetti particolari anche nei confronti dell’assicuratore che sia tenuto in forza di un contratto per garanzie che non consentano l’azione diretta contro di esso.

Può di fatto accadere che un soggetto responsabile, ad esempio, a sensi dell’art. 2051 c.c. per danno cagionato da cose in custodia od a sensi dell’art. 2052 c.c. per danni cagionati da animale, venga convenuto in giudizio per rispondere di danni a persona dei quali debba rispondere a sensi di dette norme e venga condannato al risarcimento degli stessi; ma la quantificazione di detti danni potrà essere effettuata non necessariamente con i criteri di cui all’art. 139 codice delle assicurazioni non essendo impedito al giudicante di adottare anche altri criteri che potrebbero essere magari quelli di cui alla tabella di Milano o comunque quella del Tribunale competente.

Ed allora al momento in cui il danneggiante – assicurato si rivolgerà alla propria compagnia di assicurazione per essere manlevato dalle richieste del danneggiato, a sensi dell’art. 1917 c.c., l’assicuratore si troverà a dover intervenire per il risarcimento di un danno liquidato con criteri diversi e quasi sicuramente ben più elevati da quelli che sarebbero stati utilizzati se il danno fosse stato invece provocato dalla circolazione dei veicoli.

Nell’ambito dei giudizi per il risarcimento di danni alla persona da circolazione stradale si potrà avere una situazione anche più complessa come osservato nelle esaurienti e ben motivate note conclusive depositate dalla difesa attorea, nelle quali si rileva come dopo l’intervento della Corte Costituzionale con la sentenza 19/6/2009 n. 180 la procedura di risarcimento prevista dall’art. 149 cod. assic. si affianca, senza sostituirla obbligatoriamente, a quella ordinaria, nel senso che al danneggiato è consentito agire sia contro la propria assicuratrice che contro il responsabile del danno, il che comporta risultati economici diversi, visto che, nel primo caso, la liquidazione del danno sarebbe vincolata ai parametri della tabella ministeriale e nel secondo caso si avrebbe invece una liquidazione con i più favorevoli valori tabellari in uso presso i vari Tribunali, con evidenti e irragionevoli disparità di trattamento a seconda del soggetto che venga evocato in giudizio.

La situazione diventa poi ancora più complessa nel caso in cui il danneggiato agisca cumulativamente contro l’assicuratore con l’azione diretta , magari a sensi dell’articolo 149 cod. assic. e contestualmente contro il responsabile del danno a sensi degli artt. 2043- 2054 c.c. con il risultato che al primo potrebbe chiedere il risarcimento del danno da micro permanente ma con il limite della tabella di legge ed al secondo potrebbe chiedere il risarcimento con le altre tabelle per ottenere il totale risarcimento e quest’ultimo potrebbe venir così condannato ad importo superiore a quello invece posto a carico dell’assicuratore per cui per non essere poi esposto in proprio dovrebbe porre una domanda di manleva a sensi dell’art. 1917 c.c. nei confronti del proprio stesso assicuratore.

Da quanto sin qui precisato resta dunque confermata l’irragionevolezza della scelta legislativa con evidente violazione della norma costituzionale ed in particolare dell’art. 3 comma 1.

4) Violazione dell’articolo 3 della Costituzione come principio di uguaglianza dinanzi alla legge sotto il profilo dell’uguale trattamento di situazioni di fatto diverse , dell’articolo 2 per la limitazione all’effettiva tutela giurisdizionale conseguente alla limitazione al risarcimento e dell’articolo 24.

L’articolo 139 cod. assic., fissati i criteri e le misure per il risarcimento del danno biologico per lesioni di lieve entità derivanti da sinistri conseguenti alla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, come precisa al suo primo comma, prevede al comma 3 che l’ammontare del danno biologico, liquidato a sensi di detta norma, possa essere aumentato dal giudice in misura non superiore ad un quinto, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato.

E’ appena il caso di sottolineare che, in ogni caso, l’aumento del quinto non può prescindere dal concreto accertamento, nel singolo caso, della sussistenza di conseguenze pregiudizievoli ulteriori e diverse rispetto a quelle ordinariamente derivanti da invalidità dello stesso grado di quella accertata, e tali da incidere negativamente su una qualsiasi delle attività vitali cui la vittima era dedita prima del sinistro.

E’ evidente anzitutto che il differente aumento del risarcimento consentito in relazione all’entità delle lesioni, potrebbe porre una certa discriminazione, visto che per le lesioni di lieve entità si è mantenuto il limite del 20% già in precedenza prefissato, mentre per le altre si è previsto il limite del 30% il che peraltro potrebbe essere giustificato dalla maggior importanza di queste ultime.

Si deve però, rilevare, per quanto riguarda le lesioni di lieve entità, che è senz’altro vero che le stesse non comportano, in genere, conseguenze pratiche immediate sull’attività dinamico relazionale del soggetto, ma ciò non può escludere la presenza di casi del tutto particolari nei quali un limite alla personalizzazione può risultare irragionevole.

Basti pensare ad esempio che determinate menomazioni di un ginocchio o di un piede vengono quantificate con percentuali che, a seconda dell’importanza delle medesime, possono venir quantificate dal 5 al 9 %.

Ma le conseguenze di lesioni del genere possono influire anche pesantemente su attività ludico sportive che il singolo infortunato dimostri di praticare. Si pensi ad un soggetto che nel tempo libero partecipi a gare amatoriali di ballo e che in conseguenza di una anchilosi della I metatarso – falangea del piede (per la quale si riconosce un 5%) non possa più ballare a quel livello, dovendo così rinunciare a gareggiare con le soddisfazioni di prima, o ad un soggetto appassionato sciatore che a causa di una ridotta flessione del ginocchio (che può giungere sino al 9%) si ritrovi con evidenti difficoltà a praticare detto sport, dovendo così rinunciare ad escursioni di un certo impegno.

L’adeguamento al caso concreto concesso al giudice per una personalizzazione del danno consente di riconoscere, con la tabella ministeriale attuale, nei casi ipotizzati, ad un soggetto di 40 anni, che abbia riportato un 5% di invalidità per la lesione al piede un risarcimento di euro 4.642,02 per il danno biologico, ed al massimo euro 928,40 (corrispondente all’aumento del 20%) per le conseguenze influenti sugli aspetti dinamico relazionali della sua vita concretantisi nel caso di specie nel non poter più partecipare a gare amatoriali di ballo. Nel caso dello sciatore, sempre quarantenne, che si ritrovi a dover limitare sensibilmente la sua attività sportiva, avremo, per il 9% di riduzione della flessione del ginocchio, euro 12.811,98 per il biologico, ed euro 2.562,39, come massimo di aumento per l’adeguamento del risarcimento al suo reale danno. Come si può rilevare gli aumenti consentiti dalla legge non sono certo tali da compensare i pregiudizi che in tali casi vengono provocati.

Si tratta ovviamente di casi limite che però rappresentano danni rientranti certo nel danno non patrimoniale di cui all’articolo 2059 c.c. che “…costituisce una categoria ampia, comprensiva non solo del cosiddetto danno morale soggettivo ( e cioè della sofferenza contingente e del turbamento d’animo transeunte, determinati da un fatto illecito integrante reato), ma anche di ogni ipotesi in cui si verifichi un’ingiusta lesione di un valore inerente alla persona, costituzionalmente garantito, dalla quale consegua un pregiudizio non suscettibile di valutazione economica, senza soggezione al limite derivante dalla riserva di legge correlata all’articolo 185 c.p.)” ( Cass. 19/2/2009 n. 4053)

Resta comunque il fatto che in casi del genere, nei quali le conseguenze delle lesioni influiscono pesantemente sulle condizioni soggettive dei danneggiati, si vengono ad avere liquidazioni in forza dell’art. 139 cod. che non coprono la reale entità del danno, mentre altrettanto non potrebbe dirsi per identiche lesioni che abbiano colpito individui con diverse condizioni soggettive. E’ infatti bensì vero che sarebbe praticamente impossibile trovare due soggetti che conducano vite assolutamente identiche, ma è altrettanto vero che fratture agli arti da cui siano derivate menomazioni motorie provocheranno disagi ben diversi a chi pratichi attività sportiva rispetto a chi non la pratichi.

E tanto evidenzia come il sistema posto in essere con l’articolo 139 cod. assic. porta a trattare in maniera uguale situazioni di fatto diverse con evidente violazione del principio di uguaglianza di fronte alla legge.

La situazione si è però resa ancora più complessa dopo che le Sezioni Unite con la sentenza 11/11/2008 n. 26972 hanno affermato la natura unitaria ed omnicomprensiva del danno non patrimoniale ed hanno anche precisato che “ Quando il fatto illecito integra gli estremi di un reato, spetta alla vittima il risarcimento del danno non patrimoniale, nella sua più ampia accezione, ivi compreso il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva causata dal reato. Tale pregiudizio può essere permanente o temporaneo (circostanze delle quali occorre tenere conto in sede di liquidazione, ma irrilevanti ai fini della risarcibilità), e può sussistere sia da solo, sia unitamente ad altri tipi di pregiudizi non patrimoniali (ad esempio derivanti da lesioni personali o dalla morte di un congiunto): in quest’ultimo caso, però, di esso il giudice dovrà tener conto nella personalizzazione del danno biologico o di quello causato dall’evento luttuoso, mentre non ne è consentita una autonoma liquidazione.”

Ed allora del danno non patrimoniale di cui ai casi particolari in precedenza evidenziati si dovrebbe tenere conto globalmente nella personalizzazione del danno biologico con il limite dell’aumento del 20% che finisce, però, per determinare un livellamento del risarcimento particolarmente con riferimento ai risvolti dinamico relazionali provocati dallo stesso danno.

Di conseguenza, impedendosi al giudicante di personalizzare la liquidazione del danno biologico adeguandola alle caratteristiche del singolo caso concreto con il limite suindicato che porta a concedere importi inadeguati, si deve ammettere la violazione anche dell’articolo 2 della Costituzione determinandosi un’irragionevole compressione del diritto ad un’effettiva tutela giurisdizionale il che porta anche ad una violazione dell’articolo 24 della Costituzione.

E’ appena il caso di ricordare che nella prassi precedente si consideravano come pregiudizi distinti e separati il danno biologico e quello cosiddetto morale e si giungeva ad una loro separata liquidazione, per cui attraverso la liquidazione del secondo si poteva tener conto di quelle conseguenze dannose il cui risarcimento avrebbe potuto superare la soglia del quinto di legge.

Con l’attuale indirizzo, che non consente la duplicazione del risarcimento di danni già di fatto risarciti con il danno biologico non è più possibile per le micro permanenti cercare di adeguare il risarcimento alla reale entità del danno quale risultante da situazioni, sia pur particolari, come quelle in precedenza evidenziate, quanto meno prendendo in considerazione quella parte di danno che costituendo una sofferenza dell’individuo, già rientra nel danno biologico. Ed allora si potrebbe cercare di giungere ad una liquidazione adeguata del danno sulla scorta delle allegazioni e prove fornite dal danneggiato al fine di individuare quella norma la cui violazione ha provocato un danno non patrimoniale, ovviamente diverso dal danno biologico inteso nella sua più ampia accezione, operazione questa che per le micro permanenti, in genere, diventa operazione di indubbia difficoltà se non impossibilità, mentre nei casi di cui sopra potrebbe forse risultare una via praticabile.

In punto si ritiene opportuno ricordare essere stato affermato che “…la peculiarità del danno non patrimoniale viene individuata nella sua tipicità, avuto riguardo alla natura dell’art. 2059 c.c., quale norma di rinvio ai casi previsti dalla legge (e quindi ai fatti costituenti reato o agli altri fatti illeciti riconosciuti dal legislatore ordinario produttivi di tale tipo di danno) ovvero ai diritti costituzionali inviolabili presieduti dalla tutela minima risarcitoria, con la precisazione in quest’ultimo caso, che la rilevanza costituzionale deve riguardare l’interesse leso e non il pregiudizio conseguentemente sofferto che la risarcibilità del pregiudizio non patrimoniale presuppone, altresì, che la lesione sia grave ( e cioè superi la soglia minima di tollerabilità, imposta dai doveri di solidarietà sociale) e che il danno non sia futile ( vale a dire che non consista in meri disagi o fastidi o sia addirittura immaginario).”

(Cass. SS. UU. 19/8/2009 n. 18356; v. anche Cass. 25/9/2009 n. 20684)

5) Violazione dell’articolo 76 della Costituzione per la previsione di un limite non previsto dalla legge delega 23/7/2003 n. 229

La l. n. 229/2003 all’art. 4 dispone testualmente: “ Il Governo è delegato ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi per il riassetto delle disposizioni vigenti in materia di assicurazioni, ai sensi e secondo i principi e criteri direttivi di cui all’articolo 20 della legge 15/3/1997 n. 59, come sostituito dall’articolo 1 della presente legge, e nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi: a) adeguamento della normativa alle disposizioni comunitarie e agli accordi internazionali; b) tutela dei consumatori e, in generale, dei contraenti più deboli, sotto il profilo della trasparenza delle condizioni contrattuali, nonché dell’informativa preliminare, contestuale e successiva alla conclusione del contratto, avendo riguardo anche alla correttezza dei messaggi pubblicitari e del processo di liquidazione dei sinistri, compresi gli aspetti strutturali di tale servizio…”

Il codice delle assicurazioni doveva quindi tutelare i contraenti più deboli con adeguata informazione avendo anche riguardo alla correttezza dei messaggi pubblicitari e del processo di liquidazione dei sinistri, compresi gli aspetti strutturali del relativo servizio. Ma aver riguardo alla correttezza del processo di liquidazione dei sinistri compresi gli aspetti strutturali del servizio non sembra possa significare anche porre dei limiti al risarcimento, limite questo che non risulta sia stato previsto dalla legge delega.

Si può dunque rilevare come l’introduzione di valori tabellari vincolanti per il Giudice oltre tutto con importi inferiori a quelli normalmente utilizzati dai Tribunali nelle vicende diverse da quelle di cui alla circolazione dei veicoli, si ponga in posizione opposta rispetto ai criteri guida della legge delega che risultano pur sempre indirizzati alla tutela del contraente più debole e comunque del consumatore del servizio assicurativo, posizione questa che indubbiamente può certamente rinvenirsi nell’assicurato che a sensi dell’art. 149 agisca direttamente contro il proprio assicuratore per i danni alla persona che restano contenuti nel limite previsto dall’articolo 139.

Infatti, l’assicurato che come conducente del proprio veicolo abbia riportato un danno alla persona che si sia concretato in una micro permanente, otterrà un risarcimento che non necessariamente potrebbe corrispondere al suo intero danno proprio per la presenza del limite al risarcimento previsto dall’art. 139 richiamato dall’articolo 149, e tanto non pare in linea con la tutela del contraente più debole il ché pare oggi contrastare anche con gli accordi internazionali, se si pensa che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (in G.U. 23/1/2008 n. 223) precisa testualmente all’articolo 38: “ Nella politica dell’Unione è garantito un elevato livello di protezione dei consumatori.”

Da quanto sin qui detto emerge allora come l’articolo139 del d.l.vo n. 209/2005 risulti costituzionalmente illegittimo difettando della necessaria autorizzazione parlamentare e ponendosi quindi in contrasto con l’articolo 76 della Costituzione.

IMPOSSIBILITA’ DI UN’INTERPRETAZIONE COSTITUZIONALMENTE ORIENTATA DELLA NORMA

L’articolo 139 del d.l.vo n. 209/2005 segue di fatto quanto già previsto dall’articolo 5 della legge n. 57/2001 che aveva il chiaro intento di contenere i costi del servizio assicurativo, intento che evidentemente si è inteso proseguire anche con il predetto articolo139.

Ma oltre all’eccesso di delega come sopra evidenziato del quale indubbiamente si deve tenere conto, resta il fatto che un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma non può allo stato, prescindere dagli attuali principi giurisprudenziali, quali recepiti dal diritto vivente ed indirizzati alla personalizzazione della liquidazione del singolo danno alla persona ed al suo intero ristoro cui tende appunto tale operazione.

L’art. 139 del d.l.vo n. 209/2005 non consente invece al Giudice alcuna possibilità di adeguare al caso concreto la sua liquidazione soprattutto nei casi in cui gli importi previsti da detta norma risultino inferiori alla reale entità del danno; per contro, non potrebbe escludersi nemmeno che, in certi casi del tutto particolari, gli importi previsti possano risultare addirittura superiori al danno effettivo ed il Giudice finisca quindi per dover liquidare somma appunto superiore al danno effettivo senza poter intervenire in alcun modo.

Non si vede quindi in quale modo poter salvare la norma con un’interpretazione costituzionalmente orientata.

SULLA RILEVANZA DELLA QUESTIONE DI ILLEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE FORMULATA

Occorre preliminarmente osservare che nel caso di specie lo stesso assicuratore con sua comunicazione scritta precisò di aver valutato il danno alla persona patito dall’attore riconoscendo un danno biologico dell’1,5% ed una invalidità temporanea massima di giorni10 oltre ad una invalidità temporanea minima di giorni 15, conclusioni queste cui l’attore aderì.

Si tratta di vertenza nella quale non si sono poste discussioni sulla responsabilità che non risulta contestata dall’assicuratrice che, anzi, formulò una precisa offerta, ma si discute essenzialmente sull’entità del danno risarcibile che l’assicuratrice parrebbe aver valutato rigorosamente secondo i parametri dell’art .139 e non tenendo conto del danno morale transeunte, ne delle condizioni soggettive dell’infortunato che, ove considerate, già avrebbero consentito un’offerta di maggior importo in forza dell’aumento del 20% previsto dalla norma. Non si dimentichi che non è da escludersi a priori la possibilità che in determinati casi anche una micro permanente possa provocare un danno non patrimoniale di una certa evidenza.

Peraltro, secondo l’attore, il suo danno supera l’importo offerto dall’assicuratrice e chiede per un suo integrale risarcimento adottarsi quanto meno le tabelle normalmente utilizzate dal Tribunale per le controversie diverse da quelle derivanti dalla circolazione dei veicoli con esclusione dunque della tabella prevista dall’art. 139 cod. assic. a suo avviso non satisfattiva del suo intero danno.

Al di la delle considerazioni che potranno venir fatte in sede di sentenza resta il fatto che la difesa attorea, chiedendo il risarcimento del danno sulla base della tabella ordinaria, tende a superare, di fatto, anche l’eventuale incremento del 20% di cui alla tabella dell’art. 139 e ciò per l’influenza delle lesioni sulla sua vita lavorativa e di relazione che di fatto non si possono escludere a priori, mentre quanto risultante agli atti potrebbe darne conferma, eventualmente anche solo in via indiretta o comunque presuntiva.

A sostegno di tale impostazione si deve rilevare che con una copiosa documentazione relativa a prestazioni mediche corredate con ricevute di esborsi di una certa rilevanza non certo usuale per casi del genere, si tende a comprovare la necessità di terapie antalgiche anche oltre la durata della temporanea con evidenti problematiche fisiche e conseguenti ripercussioni sulla vita di relazione del danneggiato.

Il teste escusso nel corso dell’istruttoria confermò poi che il danneggiato accusa ancora difficoltà nell’effettuare attività che comportino uno spostamento della sua testa con ripercussioni sulla sua attività lavorativa e chiaramente anche sulla sua vita di relazione.

Resta dunque il fatto che l’attuale domanda non potrebbe essere esaminata nella sua completezza, laddove si debbano applicare rigorosamente i criteri dell’art. 139 che impedirebbero di procedere ad una adeguata valutazione del danno o meglio ad una sua personalizzazione alla luce dell’articolo 2059 c.c. come ora concepito dalle Sezioni Unite. E’ allora evidente l’interesse della parte ad una pronuncia sulla legittimità costituzionale di detta norma che, laddove confermata, impedirebbe appunto una valutazione adeguata della sua domanda impedendo comunque una personalizzazione del suo danno quale da essa richiesta, che potrebbe quindi non venir integralmente risarcito.

Tanto precisato la questione di legittimità costituzionale come sopra enunciata appare a questo Giudice seria e non manifestamente infondata e rilevante nel processo il cui esito resta ad essa collegato per cui lo stesso non può essere definito indipendentemente dalla sua risoluzione.

P.Q.M.

Il Giudice di Pace di Torino, visti gli articoli 137 della Costituzione, 1 della legge costituzionale 9 febbraio 1984 n. 1 e 23 della legge 11 marzo 1953 n. 87, ritenuta la rilevanza e la non manifesta infondatezza, solleva questione di legittimità costituzionale dell’articolo 139 del decreto legislativo 7 settembre 2005 n. 209 con riferimento agli articoli 2, 3, 24 e 76, della Costituzione nonché del principio della ragionevolezza.

Trib. Varese, sez. I, 8 aprile 2010, est. Sala - "LIQUIDAZIONE DEL DANNO MORALE NELLE CD. MICROPERMANENTI"

 

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

Con atto di citazione ritualmente notificato, DB conveniva in giudizio AL e la società C affinché il Tribunale adito li condannasse, in solido tra loro, al risarcimento del danno patito in conseguenza dell'incidente stradale verificatosi il 18 gennaio 1993, quantificando il pregiudizio sofferto nella misura di Euro 52.309,21 ovvero in quell'importo maggiore o minore ritenuto di giustizia. All'udienza di prima comparizione nessuno si costituiva per il convenuto AL che, attesa la regolarità della notifica dell'atto di citazione, veniva dichiarato contumace. Si costituiva, invece, la società assicuratrice, che chiedeva il rigetto delle avverse domande sul presupposto che l'attrice avesse concorso con la sua condotta negligente alla determinazione del danno e che, in ragione ciò, il pregiudizio effettivamente patito da controparte fosse stato già adeguatamente compensato con il versamento dell'acconto di Euro 2.943,80. In relazione al costo sostenuto per la riparazione dall'auto, eccepiva il difetto di legittimazione attiva dell'attrice a motivo sia dell'inefficacia che del mancato perfezionamento dell'atto di cessione del credito versato in giudizio. Precisate le conclusioni come in epigrafe, disposto lo scambio delle sole comparse conclusionali, all’udienza di discussione la causa veniva trattenuta in decisione, ai sensi dell'art. 281 quinquies cpv. c.p.c.

 

*** * ***

 

Per quanto concerne la ricostruzione del sinistro, questo Giudice ritiene che debba riconoscersi il concorso dell'attrice DB e del convenuto AL nella determinazione dell’incidente stradale oggetto dell’odierno giudizio. La domanda dell'attrice dovrà dunque essere accolta nei limiti di seguito meglio illustrati. Dai documenti di causa ed in particolare dal verbale redatto dagli operanti accorsi sul luogo del sinistro emerge che il giorno 18 gennaio 1993 l'attrice percorreva a bordo della vettura targata … la strada statale 334 con direzione Arcisate – Varese, quando all'altezza dell'intersezione con via Porro, nel territorio del Comune di Induno Olona, si imbatteva nel convenuto AL, che, alla guida del veicolo di sua proprietà, targato …, si immetteva sulla strada statale senza concedere la precedenza al flusso veicolare che procedeva lungo di questa. L'attrice non si avvedeva per tempo della presenza del veicolo di controparte e impattava sullo stesso, andando a collidere con la parte anteriore del proprio mezzo di trasporto la fiancata laterale della vettura di controparte (vd. fotografie versate in atti).

Il sinistro si verificava in prossimità del centro dell'intersezione. Sulla base di tale circostanze, gli operanti si risolvevano a sanzionare il convenuto per non aver concesso la precedenza all'attrice (art. 145, commi 1 e 10 Cds); non contestavano, invece, alcuna infrazione alla sig.ra DB, in quanto, sebbene avessero inizialmente ipotizzato che l'andatura della vettura da lei condotta non fosse adeguata al tratto di strada percorso, avevano escluso che una tale circostanza potesse essere accertata con un elevato grado di certezza in carenza di tracce di frenata sull'asfalto (vd. verbale allegato in atti).

 

Dalla complessiva dinamica dell'incidente può quindi evincersi con certezza che il convenuto si sia immesso sulla carreggiata percorsa dall'attrice senza arrestare la marcia al segnale orizzontale di “stop” e senza concedere la precedenza ai veicoli che percorrevano la strada favorita, in tal modo contribuendo significativamente alla determinazione del sinistro. Tuttavia neppure il comportamento dell'attrice è esente da censure.

 

Sul punto questo Giudice ritiene, infatti, che il ragionamento svolto dagli operanti in relazione all'andatura della vettura condotta dalla DB non sia condivisibile, in quanto sussistono nel caso di specie sufficienti elementi per ascrivere il fatto al concorso della sua condotta negligente ed imprudente.

 

E' sufficiente, invero, considerare la complessiva dinamica dell'incidente ed in particolare il punto di impatto tra i due veicoli coinvolti nel sinistro per appurare -con un accettabile grado di certezza- che l'attrice non si è approssimata all'intersezione moderando adeguatamente l'andatura del veicolo. Se, infatti, la sig. DB avesse percorso l'intersezione a velocità adeguata allo stato dei luoghi, la vettura non avrebbe impattato frontalmente il veicolo di controparte in prossimità del centro dell'asse stradale, in quanto sarebbe stato possibile intraprendere una qualsiasi manovra di emergenza e segnatamente sterzare verso i margini della carreggiata riducendo l'effetto pregiudizievole della collisione.

 

Ai sensi del terzo comma dell’art. 141 del Codice della strada, il conducente di un veicolo è chiamato, infatti, non solo a rispettare i limiti di velocità previsti in relazione alla tipologia di strada percorsa, bensì è tenuto a rapportare la propria andatura alle situazioni, di luogo e di tempo, che si possono verificare lungo il tragitto ed in particolare a moderare la velocità del mezzo in prossimità delle intersezioni. Per questo l'attrice non avrebbe dovuto mai intraprendere l'attraversamento di tale tratto di strada senza adeguare la velocità del veicolo alla possibile circolazione di altri mezzi sull'asse della carreggiata.

 

Sebbene nulla possa inferirsi dall'assenza di tracce di frenata, la mancata attivazione di procedure di emergenza, l'entità significativa dei danni inferti al veicolo dell'attrice (vd. fotografie allegate al fascicolo attoreo) e la dinamica complessiva dell'impatto, come già ampiamente osservato, inducono a ritenere che il sinistro non abbia unicamente trovato origine nella condotta del convenuto, ma anche nell'infrazione commessa dalla DB Alla luce delle considerazioni ora illustrate, il sinistro deve dunque essere imputato al concorso della condotta negligente dell’attrice e di quella del convenuto, ascrivendone la responsabilità alla prima nella misura del 30% e al secondo nella misura del residuo 70%.

 

Conseguentemente, il proprietario del veicolo e la compagnia assicurativa dovranno essere condannati, in solido fra loro, a risarcire il danno sofferto dall’attrice per la quota spettante. Quanto al pregiudizio effettivamente patito dalla DB quale diretta ed immediata conseguenza del sinistro per cui è causa, il CTU ha avuto modo di riscontrare come la predetta abbia riportato una valida sollecitazione dinamica e traumatica del rachide cervicale e del ginocchio destro coerente con l'utilizzo della cintura di sicurezza. Altri traumatismi verificatesi in diverse occasioni e nelle specie il 18 giugno 1994 non possono essere considerati eziologicamente ricollegabili al sinistro per cui è causa, trattandosi di eventi sopravvenuti con modalità e lesività proprie, indipendenti da pregresse concause (il sinistro non ha, infatti, determinato nell'attrice documentate instabilità articolari a carico degli arti inferiori che possano aver favorito il verificarsi di successivi infortuni).

 

Sulla base di queste premesse, il perito ha dunque accertato che l'attrice, in conseguenza del sinistro de quo, ha subito un periodo di inabilità temporanea parziale al 75% per giorni 15, un periodo di inabilità temporanea parziale al 50% per ulteriori giorni 10, un periodo di inabilità temporanea parziale al 25% per giorni 10, con postumi di natura permanente pari al 4-5%.

 

Questo giudice condivide le argomentazioni e le conclusioni cui è pervenuto il C.T.U. e ritiene che l’attrice abbia certamente subito il danno biologico derivante da fatto illecito lesivo dell’integrità psico-fisica della persona.

 

Come più volte chiarito dalla giurisprudenza, ai fini del risarcimento, il danno biologico deve essere apprezzato con riferimento alla complessità delle conseguenze pregiudizievoli sofferte e pertanto deve essere liquidato tenendo in debita considerazione tutte le attività, le situazioni e i rapporti in cui la persona esplica la propria personalità e ciò non solo con riferimento alla sfera produttiva, ma con riferimento più complessivo alla sfera spirituale, culturale, affettiva, sociale, sportiva ed a ogni altro ambito in cui il soggetto esprime comunemente sé stesso (così la Corte Costituzionale n. 356/1991 e n. 184/1986).

 

Inoltre, recentemente la Cassazione, pronunciandosi a Sez. unite (sentenza n. 26972/2008), ha avuto modo di chiarire che, nell’ambito del danno non patrimoniale, il riferimento a determinati tipi di pregiudizi, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico, danno da perdita del rapporto parentale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno. Secondo il Supremo Consesso, è, dunque, compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, e provvedere alla riparazione integrale di tutte le ripercussioni negative subite dalla persona complessivamente identificata.

 

Per questo, il giudice anziché procedere alla separata liquidazione del danno morale in termini di una percentuale del danno biologico (procedimento che determina una duplicazione delle voci di danno da risarcire in favore della vittima), deve provvedere ad un’adeguata personalizzazione della liquidazione del danno biologico, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, così da pervenire al ristoro del danno nella sua interezza.

 

Il sistema così ricostruito dalla giurisprudenza di legittimità deve poi essere applicato in armonia con i valori monetari cogentemente prescritti dall'art. 139 del codice delle assicurazioni, che, attesa la modesta entità del danno accertato, vincolano il procedimento liquidativo nel caso di specie.

 

Dispone, tuttavia, il secondo comma dell'art. 139 cod. ass. che “per danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito.” Precisa, poi, il successivo terzo comma che “l'ammontare del danno biologico liquidato [...] può essere aumentato dal giudice in misura non superiore ad un quinto, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato.”

 

Dalla lettura delle norme ora citate emerge, dunque, con evidenza come i valori monetari espressi dal legislatore nelle tabelle puntualmente approvate dal Ministero dello Sviluppo economico non prendano in considerazione il complessivo pregiudizio non patrimoniale sofferto dalla vittima, così come espresso, con un'interpretazione costituzionalmente orientata, dalle Sezioni Unite del 2008, ma si limitino a valutare i soli aspetti relazionali e biologici della lesione sofferta, omettendo ogni stima in relazione ai residui profili riconosciuti giurisprudenzialmente quali componenti dell'omnicomprensivo danno alla salute costituzionalmente tutelato (art. 32 Cost.).

Le tabelle delle cd. micropermanenti non riconoscono, pertanto, alcun valore al danno conseguente alle sofferenze fisiche e psichiche patite dalla vittima, profilo che, invece, identifica una componente indefettibile del procedimento risarcitorio indicato dalle Sezioni Unite.

 

A tale limite strutturale della norma non può, altresì, porsi emendamento ricorrendo alla limitata personalizzazione prevista dal terzo comma dell'art. 139 del cod. ass., poiché significherebbe comprimere nella predetta personalizzazione non solo la valorizzazione delle componenti specifiche del caso concreto, ma anche quelle ripercussioni che costituiscono l'id quod plerumque accidit della lesione patita, in quanto afferenti ad altre componenti del danno. È del pari evidente che essendo l'integrale risarcimento del danno un corollario previsto dal principio di tutela del diritto costituzionale alla salute, spetta al Giudice interpretare la norma di legge in conformità ai principi espressi dalle Sezioni Unite. Per questo, sulla base di una lettura costituzionalmente orientata, deve ritenersi che laddove la sofferenza soggettiva non sia adeguatamente apprezzata con la sola applicazione dei valori monetari, essa debba trovare riconoscimento attraverso quell'ampia opera di personalizzazione del punto percentuale, che, nella prospettiva del Supremo Consesso, rappresenta un meccanismo di emersione di tutte le differenti componenti del pregiudizio non patrimoniale sofferto e non semplicemente un adeguamento del danno biologico -così come tradizionalmente definito- alle peculiarità del caso concreto.

 

Spetta dunque al Giudice procedere ad un'adeguata personalizzazione del danno non patrimoniale -personalizzazione, che si ribadisce, non deve essere confusa con quella prevista dal codice delle assicurazioni- al fine di liquidare, congiuntamente ai valori monetari di legge, una somma complessiva che ristori integralmente il pregiudizio subito dalla vittima, che altrimenti non troverebbe tutela in violazione del disposto dell'art. 32 Cost.

 

Ebbene, tenuto conto delle accertate invalidità, dell'età al momento del fatto (anni 29), delle condizioni di vita dell'attrice precedenti e successive alla verificazione del sinistro, valutate le allegazioni di parte e le risultanze probatorie, il dolore inferto dalla patologia riscontrata, il periodo di convalescenza e di immobilizzazione dell'arto, considerate -attesa l'entità del pregiudizio accertato- le tabelle di fonte normativa periodicamente aggiornate per le cc.dd. micropermanenti nel sistema da ultimo introdotto dal decreto legislativo 7/9/2005 n. 209 (art. 139, commi 1 e 3), stimasi equo liquidare, per il complessivo risarcimento del danno non patrimoniale da lesione al diritto alla salute, la somma di Euro 4.650,00, già rivalutata e decurtata per il concorso nella determinazione del danno.

 

Alla luce dei detti criteri, per il danno non patrimoniale temporaneo da lesione al diritto alla salute sofferto dalla sig.ra Del Bosco deve liquidarsi l’importo complessivo di Euro 770,00, già rivalutato e ridotto per il concorso. Con riferimento alle spese mediche, nulla può liquidarsi non avendo l'attrice esposto documenti contabili aventi per oggetto prestazioni causalmente riconducibili al sinistro de quo.

Quanto al rimanente danno patrimoniale, poiché il proprietario della vettura ha ceduto il credito derivante dal pregiudizio sofferto in conseguenza del sinistro, deve complessivamente liquidarsi in favore dell'attrice la somma di Euro 3.140,88, già rivalutata e decurtata per il concorso, importo così determinato:
- Euro 166,91, in valuta attuale, per il recupero del veicolo (vd. doc. 13 fascicolo attoreo);
- Euro 4.320,06, in valuta attuale, per le riparazioni eseguite (docc. 11 e 12 fascicolo attoreo).

L'eccezione di carenza di legittimazione attiva dell'attrice formulata dalla compagnia di assicurazioni in relazione al danno subito dalla vettura di proprietà di un soggetto estraneo al presente giudizio non può infatti trovare accoglimento, non avendo pregio alcuno. Ritiene invero questo Giudice che sia assolutamente condivisibile l'orientamento, oramai consolidato, assunto dalla Cassazione in ordine ai principi di libertà delle forme che regolano sia la conclusione del contratto di cessione di credito che la notifica dello stesso al debitore. Per questo, è corretto reputare che il cessionario sia libero di concludere il negozio nelle forme che considera più opportune -dunque anche oralmente ovvero per comportamento concludente, come nel caso di specie ove l'accettazione della proposta può essere desunta dalla successiva azione intentata dall'attrice nei confronti del debitore e dall'istanza di liquidazione del danno patrimoniale direttamente rivolta al debitore tramite missiva (vd. documenti versati in atti)- e diviene efficace nei confronti del debitore solo dopo che gli sia stata notifica mediante un qualsiasi mezzo idoneo a fargli conoscere la mutata titolarità attiva del rapporto (Cass. 7919/2004; Cass. 1396/1974).

 

L'invio di una missiva ovvero la notificazione di un atto giudiziario sono dunque forme di comunicazione adeguate per rendere opponibile al debitore la cessione del credito, poiché, tra l'altro, la disposizione intende tutelare soltanto la buona fede del solvens, che si libera adempiendo al cedente, solo se non è a conoscenza dell'avvenuta cessione.

Nulla può invece disporsi in relazione al lucro cessante, non avendo l'attrice dimostrato né di essersi dovuta astenere dal lavoro durante la convalescenza né di aver subito per tale ragione un danno economico in assenza di indennità malattia (l'attrice presta servizio quale lavoratrice dipendente e sull'ultima circostanza non sono state neppure dedotte istanze istruttorie volte a provare l'effettivo pregiudizio subito).

Alla luce di quanto esposto, il danno inferto all'attrice va liquidato in complessivi Euro 8.560,88 (somma rivalutata ad oggi e ridotta per l'accertato concorso). Da tale importo devono essere detratti gli acconti di Euro 2.943,80 e di Euro 1.988,36 rispettivamente versati il 22/11/1995 e il 10/10/1994 (docc. 16 e 17 di parte attrice).

Sugli importi così determinati devono essere riconosciuti gli interessi compensativi del danno derivante dal mancato tempestivo godimento dell'equivalente pecuniario del bene perduto.

 

Gli interessi compensativi - secondo l'ormai consolidato indirizzo delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (v. sentenza n. 1712/1995) - decorrono dalla produzione dell'evento di danno sino al tempo della liquidazione; per questo periodo, gli interessi compensativi si possono calcolare applicando un tasso annuo medio ponderato sul danno rivalutato.

 

Tale tasso di interesse è ottenuto "ponderando" l'interesse legale sulla somma sopra liquidata, che - "devalutata" alla data del fatto illecito, in base agli indici I.S.T.A.T. costo vita - si incrementa mese per mese, mediante gli stessi indici di rivalutazione, sino alla data della presente sentenza.

 

Da oggi, giorno della liquidazione, all'effettivo saldo decorrono gli interessi legali sulla somma rivalutata. Pertanto, alla luce degli esposti criteri, i convenuti devono essere condannati al pagamento, in favore dell’attrice DB, della complessiva somma di Euro 3.628,72, liquidata in moneta attuale, oltre:

- interessi compensativi, al tasso annuo medio ponderato del 2,60%, sulla somma di Euro 8.560,88 dal 18/01/1993 (data del sinistro) al 10/10/1994 (data del primo acconto);
- interessi compensativi, al tasso annuo medio ponderato del 2,60%, sulla somma di Euro 6.572,52 dal 10/10/1994 (data del primo acconto) al 22/11/1995 (data del secondo acconto);

- ulteriori interessi compensativi, al tasso annuo medio ponderato del 2,60%, sulla somma residua di Euro 3.628,72 dalla data del 22/11/1995 (data del secondo acconto) ad oggi (data della sentenza);

- interessi, al tasso legale, sempre sulla somma di Euro 3.628,72 dalla data della presente sentenza al saldo effettivo.

 

In ragione degli acconti versati dalla compagnia assicuratrice e della circostanza che solo in parte sono state accolte le pretese dell’attore in punto di quantum debeatur (vd. al riguardo le domande formulate in atto di citazione), nonché del concorso dell'attrice nella determinazione del danno, sussistono giusti motivi per condannare i convenuti, in solido fra loro, a rifondere all’attore il 70% delle spese processuali, che si liquidano come da dispositivo, con compensazione della quota residua. Per i motivi già espressi, le spese della consulenza tecnica d’ufficio e delle consulenze tecniche di parte vanno poste a carico dei convenuti, in solido fra loro, nella misura del 70%. La presente sentenza è dichiarata provvisoriamente esecutiva ex lege.

 

P. Q. M.

 

Il Tribunale di Varese, definitivamente pronunciando, ogni altra domanda, eccezione o istanza disattesa, così provvede:

- condanna i convenuti AL e C in solido fra loro, al pagamento in favore dell'attrice DB della complessiva somma di Euro 3.628,72, oltre interessi, come specificati in parte motiva;
- rigetta ogni altra domanda, eccezione ed istanza;
- pone le spese della consulenza tecnica d’ ufficio e della consulenza tecnica di parte a carico dei convenuti nella misura del 70%, in solido fra loro e con compensazione della quota residua;
- condanna i convenuti, in solido fra loro, a rifondere all’attrice il 70% delle spese processuali, che liquida, per la quota spettante, in Euro 360,276 per anticipazioni, Euro 155,23 per spese imponibili, Euro 988,40 per diritti, Euro 868,00 per onorari di avvocato, oltre spese generali ex art. 14 LP, C.P.A. ed I.V.A., dichiarando compensate le spese processuali per la residua quota;

- dichiara la presente sentenza provvisoriamente esecutiva.

Varese, così deciso lo 08.04.2010

Il Giudice dott. Stefano Sala